Gli eventi iraniani dimostrano che la sinistra islamica ha perso il contatto con il popolo. Tale sinistra è molto diversa da quella di stampo occidentale, ma ne ripercorre alcuni tratti: la gestione collegiale del potere, la presenza di aziende statali che soddisfano bisogni di base, un generale timore nei confronti delle “forze capitaliste”. Da questo punto di vista, il sistema teo-democratico iraniano è "di sinistra".
La destra islamica è rappresentata da nuovi partiti popolari, tra cui Hamas è l’esempio più lampante. In Iran, non solo il meccanismo collegiale si è rotto, ma ha anche perso la capacità di interpretare le necessità dei cittadini.
A Tehran non si protesta contro Ahmadinejad, o a favore di Moussawi: il timore popolare è che si sia rotto un equilibrio, e che alcune fazioni religiose stiano provando a eliminare gli ultimi scampoli di democrazia. Il timore non è la rielezione di Ahmadinejad: il timore è che voglia rimanere al potere a vita, come Hugo Chàvez in Venezuela.
Ai tempi dello Scià, è noto come il sistema economico fosse governato da un’elite strettamente legata alla corte: si trattava di 54 famiglie, i cui membri erano presenti nei consigli di amministrazione dell’85% delle imprese in tutto il Paese. Con la Rivoluzione, questo tesoro di famiglia è stato spartito tra gli appartenenti alla nuova classe politico-religiosa.
Per anni il sistema si è mantenuto in equilibrio: era un meccanismo collettivo di gestione dell’economia. Alcuni personaggi controllavano le Bonyad, le imprese capitalistico-religiose che godono di vantaggi fiscali e di esclusive su alcuni settori commerciali. Altri si occupavano di attività quali l’importazione dello zucchero, o la gestione delle rendite petrolifere.
L’equilibrio si è iniziato a rompere durante la presidenza di Khatami. Khomeini era morto da otto anni, e la il suo rigore non poteva più mantenere in ordine la competizione per il potere. Con Ahmadinejad, la percezione popolare è stata che lo scontro per il controllo del Paese si sia acuito profondamente.
Uno dei motivi di preoccupazione era la modalità stessa con cui Ahmadinejad era stato eletto: Hashemi era risultato vincente nella prima tornata elettorale, ma al secondo turno, quello del ballottaggio, il semi-sconosciuto Ahmadinejad era riuscito a catalizzare tutti i voti anti-Hashemi, sospettato di corruzione. Ahmadinejad ha dovuto impegnarsi per guadagnare una vera legittimazione popolare.
Parte del sostegno vero ad Ahmadinejad proveniva dai “delusi di Khomeini”: la generazione che aveva combattuto la guerra con l’Iraq, ed era stata delusa dal suo leader. E molti dei delusi facevnao parte dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. L’equilibrio si è rotto quando questa “destra islamica” ha provato a prendere il monopolio delle leve nazionali di comando.
Le ragioni di questa rottura dell’equilibrio? Possono essere varie: dall’aumento degli introiti petroliferi, al timore che il Paese creda sempre meno nella Rivoluzione, e stia diventando incontrollabile. Se brogli ci sono stati, Moussawi a ragione protesta; ma non protesta solo per la giustizia: vuole mantenere il suo potere. Tutti i politici contemporanei hanno lo stesso imprinting politico, e dallo stesso momento storico come politici sono nati: la Rivoluzione del 1979. E trent'anni non bastano per dimenticare.
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