Intervista su "Sfida" al TG2

L'avventurosa storia della motonave Miriella  

Per anni si è pensato che ci fosse dietro Enrico Mattei, ma non fu così: era autentica la follia di Supor, piccola azienda petrolifera italiana degli anni Cinquanta.

Dal nulla riuscì a chiudere un contratto petrolifero con l'Iran posto sotto l'embargo britannico, dopo che il premier Mohamed Mossadeq aveva nazionalizzato trivelle e raffinerie degli inglesi.

Dal nulla provenne la sua prima nave, la "Miriella", che riuscì a sfuggire agli incrociatori di Sua Maestà e far rifornimento in Iran.

Per anni le carte di questa azienda sono rimaste sepolte in un archivio. Una ricerca accurata dei documenti storici ha consentito di ricostruire la verità su Supor, che presento in un articolo per la Staffetta Quotidiana.

L'articolo è consultabile qui.



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Cinque miti sull'Iran contemporaneo  

Primo mito sull’Iran: i centri rurali hanno votato per Ahmadinejad, e le aree urbane per Moussawi

Il sostegno giunto ad Ahamadinejad nella sua prima vittoria del 2005 non è arrivato dalle campagne, ma principalmente da un aumento della popolarità delle fazioni conservatrici nelle zone urbane e suburbane. In particolare, quello del 2005 è stato un voto di “protesta” contro Khatami, al ballottaggio contro Ahmadinejad. Khatami si era fatto la nomea di essere corrotto e incapace.

Inoltre, molte delle aree rurali sono popolate da minoranze etniche (curdi, arabi, beluci) che raramente voterebbero per i conservatori.

Secondo mito sull’Iran: Moussawi è un progressista contrario al regime degli Ayatollah

Sul sito di Moussawi campeggia una foto di Khomeini nella testata principale. Moussawi è stato il primo ministro di Khomeini ai tempi della guerra contro l'Iraq. Quella che si sta svolgendo in Iran è una lotta per il potere, e la piazza sa bene che Moussawi non farà crollare il sistema teocratico. La piazza teme che Ahamdinejad voglia rimanere al potere a vita, consentendo ai suoi gruppi di sostegno di avere accesso esclusivo a tutte le leve economiche e di controllo.

Terzo mito sull’Iran: a protestare sono gli studenti cresciuti nelle sistema delle scuole private gestito da Rafsanjani (sostenitore di Moussawi), e non rappresentano il popolo

Questa l’ho sentita a una riunione di “Lotta Comunista” a Milano (non chiedetemi come ci ero finito...). I numeri non giustificano questa ipotesi; inoltre, qualsiasi iraniano testimonierà dalle foto e dai video che i ragazzi in piazza non sono solo rappresentanti della medio-alta borghesia nazionale, almeno a giudicare da abbigliamento, acconciature ed accenti.

Quarto mito sull’Iran: il regime teocratico crollerà presto

Non è mai successo, e se mai dovesse succedere, richiederebbe mesi. Anche la rivoluzione islamica del 1979 non si sviluppò immediatamente, ma durò mesi. Il primo episodio determinante, il rogo del cinema Rex di Abadan, ebbe luogo nell’agosto del 1978. Le prime manifestazioni si svolsero l’8 settembre 1978. Lo Scià lasciò il Paese nel gennaio del 1979, e Khomeini atterrò a Teheran a fine mese. La nascita della Repubblica Islamica fu sancita tramite referendum il 30 marzo 1979. Sei mesi dopo il rogo del Rex.

Quinto mito sull’Iran: è tutta colpa dell’Occidente

Trovo che questa opinione sia lesiva della dignità del popolo iraniano. E’ maturo a sufficienza per determinare il proprio destino, soprattutto dopo trent’anni di rivoluzione islamica e cinquantacinque di Scià. Affermare che il voto sia una conseguenza esclusiva delle azioni occidentali sopravvaluta l’influenza che le decisioni estere hanno nella coscienza collettiva del Paese.

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Iran: la sinistra islamica è in crisi  

Gli eventi iraniani dimostrano che la sinistra islamica ha perso il contatto con il popolo. Tale sinistra è molto diversa da quella di stampo occidentale, ma ne ripercorre alcuni tratti: la gestione collegiale del potere, la presenza di aziende statali che soddisfano bisogni di base, un generale timore nei confronti delle “forze capitaliste”. Da questo punto di vista, il sistema teo-democratico iraniano è "di sinistra".

La destra islamica è rappresentata da nuovi partiti popolari, tra cui Hamas è l’esempio più lampante. In Iran, non solo il meccanismo collegiale si è rotto, ma ha anche perso la capacità di interpretare le necessità dei cittadini.

A Tehran non si protesta contro Ahmadinejad, o a favore di Moussawi: il timore popolare è che si sia rotto un equilibrio, e che alcune fazioni religiose stiano provando a eliminare gli ultimi scampoli di democrazia. Il timore non è la rielezione di Ahmadinejad: il timore è che voglia rimanere al potere a vita, come Hugo Chàvez in Venezuela.

Ai tempi dello Scià, è noto come il sistema economico fosse governato da un’elite strettamente legata alla corte: si trattava di 54 famiglie, i cui membri erano presenti nei consigli di amministrazione dell’85% delle imprese in tutto il Paese. Con la Rivoluzione, questo tesoro di famiglia è stato spartito tra gli appartenenti alla nuova classe politico-religiosa.

Per anni il sistema si è mantenuto in equilibrio: era un meccanismo collettivo di gestione dell’economia. Alcuni personaggi controllavano le Bonyad, le imprese capitalistico-religiose che godono di vantaggi fiscali e di esclusive su alcuni settori commerciali. Altri si occupavano di attività quali l’importazione dello zucchero, o la gestione delle rendite petrolifere.

L’equilibrio si è iniziato a rompere durante la presidenza di Khatami. Khomeini era morto da otto anni, e la il suo rigore non poteva più mantenere in ordine la competizione per il potere. Con Ahmadinejad, la percezione popolare è stata che lo scontro per il controllo del Paese si sia acuito profondamente.

Uno dei motivi di preoccupazione era la modalità stessa con cui Ahmadinejad era stato eletto: Hashemi era risultato vincente nella prima tornata elettorale, ma al secondo turno, quello del ballottaggio, il semi-sconosciuto Ahmadinejad era riuscito a catalizzare tutti i voti anti-Hashemi, sospettato di corruzione. Ahmadinejad ha dovuto impegnarsi per guadagnare una vera legittimazione popolare.

Parte del sostegno vero ad Ahmadinejad proveniva dai “delusi di Khomeini”: la generazione che aveva combattuto la guerra con l’Iraq, ed era stata delusa dal suo leader. E molti dei delusi facevnao parte dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. L’equilibrio si è rotto quando questa “destra islamica” ha provato a prendere il monopolio delle leve nazionali di comando.

Le ragioni di questa rottura dell’equilibrio? Possono essere varie: dall’aumento degli introiti petroliferi, al timore che il Paese creda sempre meno nella Rivoluzione, e stia diventando incontrollabile. Se brogli ci sono stati, Moussawi a ragione protesta; ma non protesta solo per la giustizia: vuole mantenere il suo potere. Tutti i politici contemporanei hanno lo stesso imprinting politico, e dallo stesso momento storico come politici sono nati: la Rivoluzione del 1979. E trent'anni non bastano per dimenticare.

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